Gettare una molotov contro la porta di un carcere - senza danneggiare altro che cose - in una giornata in cui lo stato di eccezione imperava su Genova equivarrebbe al massacro di un bimbo di tre anni, questo è quello che si ricava dalle richieste del pubblico ministero al processo contro i noglobal a Genova.
Non penso che si debba premiare chi tira le molotov, come non penso che si dovrebbe demonizzare - dopo averla resa puro “macinato mediatico” - la sventurata madre dello sventuratissimo bimbo cognense.
Questo è lo stato della cosiddetta “democrazia”, della cosiddetta “legalità” in Italia. Lo stato di polizia mediatico e postmoderno in quelle che sono ormai “ademocrazie illiberali” ha superato il limite del totalitarismo novecentesco.
Mercenari privati - le nuove Squadre di Sicurezza del novello Behemoth millenario - terrorizzano, stuprano, bruciano, derubano e uccidono cittadini inermi e persino i loro “presunti” alleati che vestono le divise di un esercito da operetta, tragica.
“Macelleria messicana” fu la definizione data dal dirigente della polizia di stato per quello che aveva visto nella scuola di Genova. Che pena meriterebbero coloro che hanno proditoriamente, metodicamente torturato prigionieri inermi in simulacri di lager? Tuttavia, quand’anche fossero condannati con la massima severità per tutti i reati commessi, che ne sarebbe di loro una volta scontata la pena? Non rischierebbero di andare a ingrossare le fila di quei mercenari che ho appena citato - gonfi di odio e rancore contro le “zecche”( “zecche comuniste” è il termine con cui usualmente alcuni membri delle forze dell’ordine definiscono il generico manifestante noglobal/alternativo) che infestano il mondo.
Chi si vuol fare un’idea di quel che ci aspetta dovrebbe per esempio leggere qui cosa può accadere in Messico - vero e proprio banco di prova dell’efferatezza delle bande armate al servizio del fondamentalismo neoliberista.
Non avevo ancora letto l’articolo di Gennaro e non sapevo nemmeno del fotografo ucciso venerdi’ in Messico. Situazione tremenda.
Certo, se cio’ che e’ successo a Genova durante il G8 non viene pubblicamente sanzionato (e parlo delle forze dell’ordine, mica dei dimostranti), si corre il rischio che si ripeta.
Bel post. Bello e desolante (nonostante il pun di cogne/gogne).
“Chi si vuol fare un’idea di quel che ci aspetta”, i cui prodromi datano da almeno un ventennio, si rilegga Orwell, aggiungerei.
Dici bene dei mercenari, sia da noi che in Iraq. Altro che i lanzichenecchi.
Che tristezza. E che disperazione. Meglio, che paura. Non per me, certo, né per la moglie. Non so la tua età; penso ai miei figli che non riesco a convincere a trasferirsi in campagna.
Dì un po’, a proposito di divise. Che cosa animava i samurai di Iwo Jima (mo’ che ci penso, t’ho dato del “sulfureo” solo per quest’isola), se non la fedeltà all’imperatore, lo stesso imperatore il cui rinnegamento della propria origine divina provocò più morti della bomba atomica?
Un milite del genere non sarà mai un macellaio. Chi ha costretto l’imperatore a quella umiliazione sapeva bene quel che voleva. E ormai è tardi per fare marcia indietro, ovvero per tornare agli analoghi dei samurai di tre secoli or sono (i pellerossa), di un millennio fa (i crociati) o di un secolo fa (gli ottomani).
Che ne pensi? Scusa lo sproloquio, ma ti vedo molto meditativo. Sicché mi sono lanciato.
Ciao. Ipo
Sui samurai ci sarebbe un lungo discorso da fare, un amico yamatologo mi assicura che - almeno nell’accezione in cui sono rappresentati dall’immaginario occidentale - non sono mai esistiti veramente. Il bushido - inteso come codice d’onore normalizzato - è stato elaborato da filologi nazionalisti alla fine del XIX secolo sulla scorta di documenti del 1600. Mi piace che dal nome del blog - che è precisamente un non luogo - trapeli un’aura sulfurea. Massimamente è un omaggio al regista del film, che coloro i quali adesso redigono i pacchetti sicurezza tacciavano di “fascismo” quando faceva l’ispettore pistolero, mentre ora fanno carte false per averlo ai loro festival. C’è un altro film che aiuta a spiegare il dramma della guerra giapponese: Furyo di Oshima Nagisa, con Sakamoto Ryuchi, Kitano Takeshi e David Bowie. Tranne i martiri - i più cari agli dèi - tutti sono destinati al doppio ruolo di vittime e carnefici. Consiglio di guardarlo.
Non alludevo a nulla di diabolico, con quel “sulfureo”. È solo che Iwo Jima significa
letteralmente “isola dello zolfo”.
Ehi, mi hai fregato: pensavo che l’articolo di Gennaro Carotenuto fosse recente, non avevo letto la data.