Abbiamo vissuto intensamente i primi tre giorni del Torino Film Festival, con grandi soddisfazioni causate soprattutto dalla retrospettiva su John Cassavetes e grandi delusioni provocate dall’organizzazione approssimativa che rende quasi impossibile agli abbonati e accreditati la fruizione di due spettacoli consecutivi, anche nello stesso cinema, e obbliga tutti a code snervanti (almeno per chi scrive).
La rivoluzione “elettronica” è un mezzo fallimento perché i lettori ottici sono lenti e spesso non funzionano, i computer vanno spesso in tilt, così come la pazienza dei malcapitati in code e dei ragazzi dello staff (di cui rispettiamo sommamente il lavoro faticoso e probabilmente malpagato e precario).
Eppure le code stesse fanno audience e procurano visibilità e passaggi televisivi, così per gli organizzatori va tutto bene, perché accrediti e spettatori sono raddoppiati (ma dov’è il raddoppio delle sale?) e gli incassi - con il nuovo sistema di ripartazione dei posti in sala - moltiplicati.
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