Lavoro marcio e assassino

8 12 2007

L’Italia diceva di essere una Repubblica fondata sul Lavoro, a buona ragione oggi sprofonda in una commistione di marciume e violenza di cui non sono responsabili i soliti capri espiatori - immigrati, zingari, emarginati - ma che va attribuita a un’inefficienza del settore pubblico e a una rapacità di quello privato sempre crescenti (cfr. questo articolo).
Dalle mie finestre, guardando verso nord, per anni ho visto i bagliori rossastri degli altiforni della Teksid - Ilva - ThyssenKrupp di Corso Regina Margherita, a Torino, mentre l’altra notte ho sentito l’angoscioso lamento delle sirene dei mezzi che portavano il soccorso agli operai feriti e ustionati.
C’erano anche - ce n’è forse ancora, dei più resistenti - gli arsi vivi, senza speranza; com’era senza speranza la loro esistenza anche prima del rogo. Nell’affanno erano costretti - più dalla minaccia di una povertà incombente che dall’arroganza dei capi - ad accumulare ore e ore di straordinario nella fabrica dismessa e fatiscente, dove estintori e sistemi di sicurezza non funzionano, dove la dignità di questa Repubblica affonda in un Lavoro servo e barbaro.
Il massacro di una donna - a Roma, poco più di un mese fa - causò un terremoto politico, risoltosi in una legge sciocca, inutile e discriminante. Che cosa produrrà questa strage - a parte i lai delle massime magistrature e un breve e straziante accanimento dello sciacallaggio mediatico?


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